Il caso AstraZeneca può tranquillamente essere considerato come uno dei più clamorosi errori di comunicazione nella gestione di questa pandemia globale. Un errore che difficilmente ci eviterà l’aggravarsi di una crisi di fiducia nei confronti delle istituzioni politiche e sanitarie che già permeava la nostra società. 

Facciamo un passo indietro per analizzare cosa è realmente successo. Dopo che in Germania sono stati riscontrati sette casi di trombosi venosa in giovani donne appena vaccinate, Angela Merkel ha fatto pressione sui vertici europei perché facessero valere il principio di precauzione nonostante nel continente si fossero palesati appena 30 casi su 5 milioni di cittadini vaccinati e non fosse ancora stata acclarata nessuna evidenza scientifica su una reale correlazione tra vaccino e trombosi. In tutto questo i principali attori che avrebbero dovuto fare da tramite tra comunità scientifica e popolazione hanno messo in mostra tutti i loro limiti comunicativi. L’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, è passata dal criticare un ingiustificato allarme a imporre la sospensione delle vaccinazioni in meno di un giorno, mentre le istituzioni politiche si sono dapprima chiuse in un silenzio assordante, per poi limitarsi a chiedere ai cittadini di fidarsi di un ente che si era appena esibito in un epico dietrofront senza tentare di fugare le preoccupazioni che ormai dilagavano. 

A questo punto è chiaro come l’incompetenza nel saper comunicare una crisi nella crisi e l’incapacità di farsi percepire come guida affidabile non possa che alimentare un clima di sospetto che aleggiava sulla nostra società ben prima dell’emergenza Covid, basti vedere le percentuali di popolazione che si dividono tra no vax e scettici di varia natura. Ma non è tutto: il fatto che nel piano vaccinale non sia stata menzionata l’importanza di un piano informativo di uguale portata, la dice lunga sulla percezione che le istituzioni hanno della mala gestione che stanno promuovendo. 

Ma perché una campagna di vaccinazione presentata come “la più grande della storia” dovrebbe essere affiancata dalla campagna di comunicazione più grande della storia? 

La psicologia moderna ha da tempo assunto il fatto che al rischio che percepiamo direttamente diamo un peso molto maggiore rispetto a ciò che non percepiamo direttamente. Così una morte su 1 milione per un caso rarissimo di un evento avverso crediamo possa riguardarci, mentre non riusciamo a realizzare il fatto che il vaccino possa evitarci di essere tra i 25mila morti su 1 milione di casi Covid. Tutto questo va inserito, inoltre, nella dinamica per cui la nostra mente tende ad associare due fenomeni in quanto uno è collegato all’altro per una semplice coincidenza o successione temporale. A quel punto nessuna evidenza scientifica può far crollare quella convinzione e non c’è AIFA o governo al mondo che possa recuperare una crisi di fiducia se non si agisce prima rendendo disponibili tutti i mezzi informativi necessari. 

Questa pandemia ha gettato tutti noi come naufraghi in un oceano di incertezza. Per navigare in queste acque dobbiamo prendere delle decisioni importanti e per farlo ci basiamo su una valutazione del rischio, dell’evento incerto di per sé, cosa complicatissima da fare in modo pragmatico. Di questi tempi, le informazioni ci arrivano in modo spasmodico affollando la nostra quotidianità con notizie talvolta false. Prendendo decisioni chiare, oggi, ci confrontiamo con molte semplificazioni: se vedo costantemente immagini di persone che muoiono a causa di un vaccino o se m’imbatto in una narrazione bellica della crisi pandemica, associo questo tipo di emergenza a immagini di guerra, catastrofiche, e nel cervello si attiva l’euristica della disponibilità. La prima immagine che la mia mente recupera diventa, così, l’evento più probabile e provo emozioni che sono correlate alle decisioni che devo prendere.

Sempre più spesso prendiamo decisioni in un contesto di razionalità limitata. Chi fa informazione per guidare un’azienda o, addirittura, un paese, deve sapere quali sono i meccanismi di percezione del pericolo delle persone e sulla base di quello deve agire con una comunicazione responsabile che riduca l’alea e le semplificazioni che vanno ad aggravare ragionamenti già pregni di errori cognitivi veri e propri. Ecco perché è importante che chi gestisce un rischio e lo deve comunicare lo faccia con responsabilità, rendendo umana la comunicazione, aiutando i dipendenti o un’intera popolazione a districarsi nell’incertezza mettendoci la faccia e la competenza. 

La verità può cambiare, è vero, ma il valore della trasparenza no. 

Comunicare la crisi vuol dire mettere ordine, rendere chiare e intellegibili le informazioni in un mondo in cui siamo bombardati da notizie che spesso hanno poca attinenza con la realtà.

Paola Guerra - Direttrice della Scuola Internazionale Etica&Sicurezza

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