I nuovi dati emersi dal Rapporto ISTAT "Le richieste di aiuto durante la pandemia" danno ragione a quanto l'associazione D.i.Re segnala da mesi. Donne in rete contro la violenza aveva rilevato un aumento del 71% di SOS lanciati dalle donne nei mesi di marzo e aprile 2020 nei centri antiviolenza sparsi in tutta Italia.

Secondo il recente Rapporto ISTAT, in piena pandemia le chiamate al numero di pubblica utilità antiviolenza e antistalking 1522 sono aumentate del 79,5% rispetto al 2019 sia per telefono sia tramite chat (+71%).

Segnalazioni e richieste di aiuto riguardano casi di violenza fisica (47,9% dei casi) e violenza psicologica (oltre il 50%).

Sono stati registrati picchi ad aprile (+176,9%) e maggio 2020 (+182,2%) rispetto agli stessi mesi del 2019. In primavera e in corrispondenza del 25 novembre (Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne), è stato registrato il maggior numero di contatti.

In particolare, sono salite le richieste di aiuto delle giovanissime fino a 24 anni e delle donne con oltre 55 anni.

Le associazioni dei centri antiviolenza, le istituzioni nazionali e regionali hanno lanciato campagne informative per fornire alle donne riferimenti chiari indicando a chi rivolgersi in caso di necessità per contrastare la violenza di genere. In tempi di pandemia 2020, è stato fortemente pubblicizzato soprattutto il ruolo svolto dal 1522, il numero di pubblica utilità antiviolenza e antistalking che supporta le vittime accompagnandole verso i servizi più adeguati alla loro situazione.

L'oggetto di analisi del Report ISTAT riguarda proprio le richieste di aiuto al 1522 delle donne nel 2020.

Rapporto ISTAT "Le richieste di aiuto durante la pandemia": violenza donne, i dati emersi

Riportiamo di seguito i recentissimi dati emersi dal Rapporto ISTAT denominato "Le richieste di aiuto durante la pandemia":

- Le richieste di aiuto al 1522 durante la pandemia nel 2020 sono aumentate del 79,5%: dalle 8427 chiamate del 2019 si è passati a 15128. Aumentati del 71% i messaggi arrivati alla chat (da 683 a 2361). Il picco di telefonate è stato registrato (a partire da fine marzo) nel mese di aprile (+176,9%) ed a maggio (+182,2%);

- Nei primi 5 mesi del 2020, 20.525 donne si sono rivolte ai CAV (Centri antiviolenza). Per l’8,6% di queste donne, la violenza è stata innescata da situazioni legate alla pandemia (convivenza forzata, perdita del lavoro dell'autore della violenza o della donna);

- Sono state direttamente le donne vittime di violenza a rivolgersi al 1522, ma non raramente hanno chiamato anche parenti, amici, conoscenti ed operatori di diversi servizi sul territorio che hanno segnalato episodi di violenza. Anche in questo caso, il numero di segnalazioni aumenta di oltre l'80% (da 745 chiamate a 1.348);

- La violenza segnalata al numero di utilità pubblica 1522 è soprattutto fisica (47,9%), ma anche psicologica (50,5%);

- Il maggior picco di richieste è stato registrato nella settimana tra il 23 e il 29 novembre 2020 (periodo di maggior impatto, in occasione della commemorazione del 25 novembre). In questo periodo le chiamate sono più che raddoppiate (+114,1% rispetto al 2019).

- Aumentati gli SOS da parte delle giovanissime fino a 24 anni di età (11,8% contro il 9,8% nel 2019) e delle donne di età superiore ai 55 anni (23,2% contro il 18,9% nel 2019). Il 40,8% delle vittime è coniugata;

- In aumento i familiari maltrattanti (18,5% contro il 12,6% nel 2019). Restano stabili quelle compiute dai partner attuali (57,1%) ed ex partner (15,3%).

Rapporto ISTAT: le richieste di aiuto durante la pandemia in Italia, forti differenze territoriali

Le Regioni prime in classifica in fatto di segnalazioni sono Lazio, Veneto, Sicilia, Sardegna e Lombardia: ciò non vuol dire che in altre Regioni la situazione sia migliore.

Sono ancora tante le donne che non denunciano per paura di ritorsioni, per non mettere in difficoltà i figli, per timore di minacce e soprattutto a causa della precarietà economica in tempi di pandemia. La possibilità di trovare un lavoro è limitata, i servizi sociali faticano, l'aspetto legale è rallentato nell'ultimo anno.

La convivenza forzata tra le mura domestiche insieme ai problemi economici ha fatto salire le violenze da parte di familiari e partner (18,5% contro il 12,6% nel 2019).

Nei primi 5 mesi del 2020, ben 20.525 donne si sono rivolte ai centri antiviolenza: gran parte dei casi di accoglienza riguardano il Nord Est ed il Centro Italia.

Al Sud i numeri sono da sempre più bassi e risulta quantomeno significativo nel 2020 il forte aumento di richieste registrato nel Mezzogiorno.

Riguardo all'accoglienza di donne vittime di violenza, ecco quali sono i dati emersi in Italia che confermano differenze territoriali molto accentuate:

- Isole (Sicilia e Sardegna) +41,5%;

- Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria) +21,1%:

- Centro (Toscana, Umbria, Marche, Lazio) +5,4%;

- Nord-Est (Trentino-Alto Adige, Bolzano, Trento, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna) +5,2%;

- Nord-Ovest (Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Liguria) in calo con -16,4%.

Attività e riorganizzazione dei CAV in tempi di pandemia

I centri antiviolenza della rete D.i.Re non si sono mai fermati durante l'emergenza sanitaria. Anche nel primo lockdown, quando i centri non erano fisicamente accessibili, hanno utilizzato altre modalità di sostegno: telefono, chat, e-mail. Hanno garantito sicurezza dei colloqui, anonimato alle donne per non metterle a rischio.

L'8,6% delle donne che si sono rivolte ai CAV sono state spinte a farlo proprio a seguito di circostanze indotte o scatenate dall'emergenza Covid-19 (prima fra tutte, la convivenza forzata dovuta anche alla perdita di lavoro del partner o della donna vittima di violenza domestica).

I CAV hanno supportato le donne tramite colloqui telefonici (95,4%), posta elettronica (66,5%) e colloqui in presenza nel pieno rispetto delle misure di distanziamento (67,3%).

I Centri antiviolenza hanno dovuto individuare nuove strategie nel 78,3% dei casi per gestire l'uscita dalla violenza delle vittime, mentre per le case rifugio il valore scende al 55,3%.

A seguito della pandemia, il Ministero dell’Interno (su sollecitazione del Dipartimento delle Pari Opportunità) ha invitato i Prefetti ad individuare, in caso di necessità, nuove soluzioni di alloggi anche temporanei per le donne conviventi con partner violenti allo scopo di garantire i 14 giorni di isolamento fiduciario e il distanziamento sociale per le ospiti già presenti nelle strutture antiviolenza.

La presidente dell'associazione D.i.Re Antonella Veltri ha confermato un altro dato riguardante le case rifugio che nel 2020 hanno ospitato l'11,6% di donne in meno rispetto al 2019: "Solo un terzo delle prefetture si è attivata per reperire alloggi alternativi per effettuare la quarantena". Il 34,5% dei Centri antiviolenza e il 30,7% delle Case rifugio hanno riferito dell’attivazione da parte della Prefettura di nuove forme di accoglienza per le donne vittime di violenza.

Francesco Ciano

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