Di Francesco Caccetta
Origini storiche delle ronde
Il termine “ronde” ha radici molto antiche. Nel Medioevo, in assenza di forze di polizia organizzate, le comunità locali si davano turni di sorveglianza notturna per proteggersi da incendi, furti e disordini. Queste ronde erano composte da cittadini comuni, spesso reclutati a rotazione, che pattugliavano le strade armati di bastoni o semplici lanterne. Era una forma di autodifesa collettiva, necessaria in contesti dove lo Stato era assente o inefficace.
Con la nascita degli Stati moderni e delle prime forze dell’ordine professionali, queste forme di controllo si ridussero gradualmente. Tuttavia, l’idea della “sicurezza dal basso” è rimasta viva e riemerge ogni volta che si percepisce un vuoto di presenza dello Stato.
Le ronde in Italia: dalla legge Maroni alla fase attuale
In tempi recenti, il primo tentativo concreto di istituzionalizzare forme di sorveglianza civile è avvenuto nel 2009. Il governo Berlusconi, con il ministro dell’Interno Roberto Maroni, inserì nella Legge 15 luglio 2009, n. 94 (art. 3, comma 40) la possibilità per i Comuni di avvalersi di “associazioni tra cittadini non armati” per segnalare alle forze dell’ordine situazioni di disagio o pericolo. Il successivo Decreto del Ministro dell’Interno dell’8 agosto 2009 stabilì regole stringenti: gruppi di massimo tre persone, attività esclusivamente osservativa e segnaletica, divieto assoluto di armi, divise, o mezzi motorizzati. Era, di fatto, un tentativo di inquadrare la partecipazione civile alla sicurezza, senza autorizzare “ronde” armate o interventiste. Tuttavia, il progetto si sgonfiò presto, ostacolato dalla scarsa adesione dei Comuni e dalle perplessità di prefetti e forze dell’ordine. Nel 2019, il ministro Matteo Salvini con il Decreto Sicurezza-bis (DL n. 53/2019) non introdusse norme specifiche sulle ronde, contrariamente a quanto spesso si crede, bensì Il decreto si concentrava su ordine pubblico, immigrazione e potenziamento delle forze dell’ordine, ma non affrontava direttamente il tema della sicurezza partecipata.
Nuovi fenomeni: “Articolo 52”, “Patrioti” e caccia ai borseggiatori
Negli ultimi anni, sono emerse forme più spontanee e meno controllate di sicurezza auto-gestita. In alcune città, gruppi di cittadini si organizzano autonomamente per monitorare i mezzi pubblici, i quartieri e le aree più problematiche, filmando o affrontando persone sospette.
Tra questi gruppi, alcuni si identificano con nomi come “Articolo 52” e “Patrioti”, facendo riferimento all’articolo 52 della Costituzione italiana (che riguarda la difesa della Patria).
Altri gruppi o singoli individui si definiscono “cacciatori di borseggiatrici”, filmando presunte ladre in azione sui mezzi pubblici e diffondendo i video online. Queste pratiche trovano consenso in parte dell’opinione pubblica, ma sollevano dubbi legali e rischi per la sicurezza collettiva.
Il fenomeno dei “maranza”
Un elemento da tenere in considerazione è il crescente riferimento, nei discorsi pubblici e nei media, al fenomeno dei “maranza”. Il termine, ormai di uso comune soprattutto nei contesti urbani, indica gruppi di adolescenti (spesso figli di immigrati o di seconda generazione) con uno stile ben riconoscibile: tute firmate, catene vistose, linguaggio aggressivo, musica trap in sottofondo. Non tutti i “maranza” sono delinquenti, ma alcuni episodi li hanno resi noti alle cronache per atti vandalici, risse o furti. Questo ha alimentato una crescente contrapposizione tra questi giovani e i gruppi “Patrioti” o “Articolo 52”, con il rischio concreto di escalation e scontri tra bande opposte. In rete e sui social, si moltiplicano i video e i commenti carichi di tensione, in un clima che sfiora lo scontro ideologico e identitario.
La risposta delle istituzioni
Le istituzioni si muovono con cautela. Le forze dell’ordine tendono a scoraggiare queste iniziative spontanee, ritenendole pericolose e potenzialmente in contrasto con la legge. Prefetti e sindaci temono derive paramilitari, episodi di giustizia sommaria o discriminazioni.
Il silenzio istituzionale, però, rischia di lasciare campo libero a chi si organizza fuori dalle regole. La sfiducia crescente verso le autorità e il desiderio di “farsi giustizia da sé” alimentano un clima di tensione sociale.
Opinione pubblica divisa
I sondaggi mostrano una netta spaccatura: da un lato, c’è chi approva l’azione dei gruppi spontanei, vedendoli come l’unico argine al degrado urbano. Dall’altro, cresce la preoccupazione per le possibili conseguenze legali e sociali di queste ronde informali, che rischiano di degenerare in violenza, razzismo o repressione illegittima.
La proposta alternativa: Controllo di Vicinato
In questo contesto, si distingue una proposta strutturata, legale e riconosciuta: il Controllo di Vicinato, promosso in Italia da Francesco Caccetta, maggiore dei Carabinieri, da Leonardo Campanale (Presidente EUNWA) e da Gianfrancesco Caccia, nonché da tutti i volontari sparsi in Italia. È un modello che valorizza il ruolo del cittadino nella prevenzione della microcriminalità, ma senza interventi diretti o azioni rischiose. I gruppi di Controllo di Vicinato non fanno ronde, non filmano sospetti, non affrontano i ladri. Si limitano a osservare, segnalare e collaborare con la polizia locale e le Forze dell’Ordine. Operano all’interno di una rete coordinata da Prefetture e Comuni. È un modello che rispetta le regole e garantisce un vero effetto di dissuasione e prevenzione. Attivo in centinaia di Comuni, il Controllo di Vicinato ha ottenuto risultati concreti in termini di riduzione dei reati predatori e miglioramento della coesione sociale nei quartieri.
Conclusione
Il bisogno di sicurezza è reale e crescente. Ma la risposta non può essere lasciata a gruppi improvvisati, che operano ai margini della legge e rischiano di alimentare conflitti e paure. Le ronde auto-gestite, anche quando mosse da buone intenzioni, possono sfociare in abusi.
Esiste un’alternativa sicura, legale ed efficace: il Controllo di Vicinato. Un modo per incanalare l’energia e il desiderio di partecipazione dei cittadini in una cornice di legalità, collaborazione e responsabilità condivisa, in risposta alla Polizia di prossimità e alla Sicurezza Partecipata promossa dallo Stato. La vera sfida oggi è far conoscere e sostenere questo modello, prima che siano altri — meno controllati e più pericolosi — a riempire il vuoto lasciato dalle Istituzioni.
Le ronde e il controllo di vicinato in Europa: cosa succede fuori dall’Italia
In diversi paesi europei esistono gruppi di cittadini che si organizzano per controllare il territorio. Le forme sono sicuramente diverse e dipendono dalle leggi e dalla cultura di ogni paese. Alcuni modelli, però, funzionano perché sono regolati mentre altri creano problemi simili a quelli visti in Italia.
Germania: volontari in divisa, sotto controllo della polizia
In Germania ci sono servizi di volontariato ufficiali, come il Freiwilliger Polizeidienst e la Sicherheitswacht. Operano in regioni come Baviera, Assia e Sassonia. Questi volontari ricevono una formazione base e collaborano con la polizia, fanno pattugliamenti, controllano il traffico e segnalano problemi. Non sono, quindi, ronde spontanee, ma sono inseriti in un sistema preciso e sempre sotto il controllo delle forze dell’ordine.
Regno Unito: il Neighbourhood Watch è il più diffuso in Europa
Nel Regno Unito esiste il più grande sistema di Neighbourhood Watch d’Europa: più di 2,3 milioni di iscritti. I cittadini segnalano movimenti sospetti, collaborano con la polizia e aiutano a prevenire i reati, senza mai intervenire direttamente, più o meno come in Italia. Esistono, poi, anche gruppi specializzati come gli Shomrim, attivi in alcune comunità (es. quella ebraica a Londra). Anche loro collaborano con la polizia e seguono regole chiare.
Paesi Bassi: gruppi di controllo a mezzo di app
Nei Paesi Bassi esistono gruppi di vicinato che usano app come WhatsApp per comunicare, si avvisano tra loro in tempo reale in caso di problemi. Anche qui il rischio è che qualcuno si senta “più poliziotto” di quanto dovrebbe. Le autorità monitorano, ma il sistema funziona bene solo quando i limiti sono rispettati.
Italia e Ungheria: ronde spontanee e problemi
In paesi come l’Italia e l’Ungheria ci sono frequentemente e specialmente negli ultimi tempi, casi di ronde spontanee non autorizzate. A volte questi gruppi si comportano in modo aggressivo o non rispettano le regole. Non sono formati, non collaborano con la polizia (anche se loro dicono di si) e spesso agiscono da soli. In questo caso, il rischio è alto: possono nascere tensioni sociali o episodi pericolosi.
Come si comportano le istituzioni in Europa?
Le istituzioni europee promuovono la partecipazione dei cittadini alla sicurezza, ma solo se fatta con regole chiare. Organismi come Efus (European Forum for Urban Security) sostengono modelli che uniscono prevenzione, legalità e coesione sociale. Anche in questi Paesi, le autorità sono molto caute verso i gruppi fuori controllo, che possono creare più problemi che soluzioni. In tutta Europa c’è voglia di partecipazione alla sicurezza, ma è evidente ovunque, che i modelli funzionano solo se sono regolati, con persone formate e in contatto con la polizia. Le ronde spontanee, anche se nate con buone intenzioni, rischiano di peggiorare le cose se non hanno un quadro legale chiaro.